Mentre la fiamma olimpica attraversa Milano, scortata dalla sicurezza e salutata dai potenti della terra, il nostro sguardo deve andare oltre la cronaca. In un momento storico segnato dal fragore delle armi e dalle divisioni geopolitiche, l’Europa torna ad essere il teatro di un evento che, per sua natura, parla una lingua universale.
Tuttavia, per noi credenti, queste Olimpiadi non sono solo uno spettacolo agonistico. Sono un “segno dei tempi” e una chiamata precisa.
La Chiesa non può restare spettatrice ai margini della pista. Lo sport è oggi uno dei più grandi “areopaghi” moderni, un luogo dove l’umano si esprime nella sua tensione verso l’eccellenza. Evangelizzare lo sport non significa apporre un’etichetta religiosa su una competizione, ma riconoscere che nella fatica dell’atleta c’è una domanda di senso.
C’è un parallelo profondo tra l’ascesi sportiva e quella spirituale: il sacrificio, la costanza, la regola, la lealtà. San Paolo stesso usava la metafora della corsa per descrivere la vita cristiana. In un mondo che spesso esalta il successo facile, lo sport ricorda il valore della disciplina e del limite. È qui che la Chiesa deve portare la sua “buona notizia”: il corpo non è una macchina da sfruttare, ma il tempio di uno spirito che cerca l’infinito.
Questi Giochi invernali, che uniscono la metropoli frenetica alle vette silenziose delle Dolomiti, ci offrono una metafora potente. L’Europa ha bisogno di ritrovare la sua anima, e può farlo anche attraverso la cultura dell’incontro che lo sport genera.
Se la politica fatica a costruire ponti, lo sport li attraversa sciando. La presenza di atleti di ogni nazione, che convivono e competono lealmente, è una predica senza parole contro la logica della guerra.
È significativo che molte delle strutture olimpiche, una volta spenti i riflettori, saranno destinate agli universitari. Lì dove oggi c’è l’atleta, domani ci sarà lo studente. Questo passaggio di testimone è un invito per la pastorale universitaria e culturale: abitare questi spazi non solo fisicamente, ma spiritualmente.
Dobbiamo essere pronti ad accogliere queste “buone notizie”, trasformando l’evento olimpico in un’occasione per ribadire che l’uomo non si realizza nel dominio sull’altro, ma nel superamento di se stesso e nella fraternità.
Che queste giornate siano un tempo di tregua feconda, e che la Chiesa sappia cogliere questa occasione per sussurrare al cuore dell’uomo moderno che la vera vittoria è, sempre, la pace.


