di Barbara Pandolfi
L’attrattiva degli Istituti Secolari sembra oggi affievolita. Il calo delle vocazioni, l’età avanzata e la netta riduzione numerica espongono al rischio dello scoraggiamento. Eppure, questa vulnerabilità non è passività né declino sterile: è la via stessa dell’Incarnazione. Come ricordava Paolo VI parlando dell’essere alpinisti, salendo in quota la vegetazione scompare e resta solo la roccia nuda. È il momento in cui cade il superfluo e si ritrova l’essenziale: «Il Signore è mia roccia e mia salvezza».
Abitare il cambiamento, non subirlo
Non siamo davanti a una semplice sequenza di mutamenti, ma a un vero «cambiamento d’epoca». Non serve guardare indietro con nostalgia né temere le trasformazioni: occorre abitarle.
- La stabilità è la cifra del monachesimo.
- L’opera propria caratterizza la vita religiosa tradizionale.
- La duttilità e la flessibilità definiscono gli Istituti Secolari: viandanti capaci di vivere nella mobilità del tempo presente.
Salvare ciò che è caro non significa metterlo al riparo dalla mutazione, ma lasciarlo mutare — come scrive Alessandro Baricco — affinché ridiventi se stesso in un tempo nuovo. La vocazione secolare non si conforma a Cristo nonostante il mondo, ma dentro il mondo e grazie al mondo, anticipando i processi storici attraverso un autentico apostolato delle idee.
La Galilea delle genti: competenti in laicità
Vivere nel meticciato culturale e sociale odierno significa tornare nella «Galilea delle genti», luogo sorgivo del discepolato e incontro con il Risorto. Significa:
- Rompere gli schemi del «si è sempre fatto così», superando la mediocrità.
- Esercitare il senso critico, rifiutando la pretesa di dominare la trascendenza di Dio con certezze prefabbricate.
- Esprimere una vera competenza laicale, non limitata alla sola professione, ma capace di leggere e orientare la realtà con parola propria.
Come testimoniava il prete operaio Sirio Politi, non si tratta di osservare la corrente della storia seduti sulla riva, ma di lasciarsi coinvolgere dal fiume per logorare gli argini e fecondare i deserti della società.
La Chiesa: dal faro alla fiaccola
L’immagine del faro descrive una Chiesa radicata su fondamenta salde, visibile ma immobile. Se l’umanità si allontana verso sentieri impervi, la luce del faro rischia di diventare remota, utile solo a chi si trova già al riparo in un porto sicuro.
La fiaccola, al contrario, cammina con le persone. Non pretende di dissipare tutte le tenebre con un bagliore accecante; è la lampada evangelica che rischiara il passo successivo, accompagna le fragilità, condivide la strada nelle periferie esistenziali e offre la luce della consolazione proprio dove l’uomo rischia di cadere.
La sfida contemporanea della consacrazione secolare consiste nell’abbandonare le nostalgie del porto sicuro per farsi luce agile e itinerante accanto all’uomo del nostro tempo.


