“Quest’aria di guerra sa di vecchio e di marcio. In questo momento, tutto sa di stantio, travestito da tecnica e intelligenza artificiale; ma, in realtà, non sanno fare altro che spacciare per futuro una ripetizione del passato.”Questa percezione di un “futuro che ripete il passato” tocca un nervo scoperto della nostra epoca. È il paradosso di un mondo che corre tecnologicamente ma resta immobile, o addirittura regredisce, nelle dinamiche umane e spirituali.
L’intelligenza artificiale e la tecnica, spesso presentate come la frontiera del nuovo, rischiano di diventare semplici amplificatori dell’antico. Se l’algoritmo si nutre solo di ciò che è già stato detto e fatto, non crea il futuro; si limita a riciclare il passato con una velocità e un’efficienza disumanizzanti. La guerra, in questo contesto, è l’espressione più arcaica del fallimento umano. Travestirla con droni o strategie cibernetiche non ne muta l’essenza: resta quell’odore di “vecchio e marcio” di cui scrivi, una negazione della creatività e della libertà.
Per rompere questa ripetizione meccanica, occorre forse tornare a quello sguardo che trasfigura il finito.
- La tecnica è orizzontale: accumula dati, calcola probabilità, ripete schemi.
- L’essere umano è verticale: rompe gli schemi attraverso l’intuizione, l’arte e la fede.
Se la storia sembra un Mar Rosso invalicabile, la vera “cultura” non è quella che automatizza il passaggio, ma quella che ha il coraggio di aprirlo, trasformando il deserto in una strada di libertà. Il rischio attuale è quello di scambiare il progresso degli strumenti con il progresso dell’uomo. Senza una riflessione profonda, l’IA rimane un guscio vuoto che maschera l’incapacità di inventare un modo nuovo di stare al mondo.
