Una riflessione sul presente e sul futuro degli istituti secolari
La consacrazione nel cuore del mondo non è nata come una concessione né come un tentativo di adattare la vita religiosa tradizionale ai tempi moderni. È nata come un’intuizione profetica. Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, quando la donazione totale a Dio sembrava esigere necessariamente mura, abito e una separazione fisica dalla società, sorsero uomini e donne che sentirono una chiamata diversa: incarnare il Vangelo nella vita civile, nel lavoro professionale, nell’arte, nella politica e nella cultura.
Con la costituzione apostolica Provida Mater Ecclesia (1947) di Pio XII e il successivo impulso del Concilio Vaticano II (Perfectae Caritatis, 11; Lumen Gentium, 31), la Chiesa ha riconosciuto formalmente questa verità: il mondo non è una minaccia da cui fuggire, ma il luogo in cui essere lievito dal di dentro (intus et saeculo).
La stasi che oggi ci interpella
Oggi condividiamo una sincera apprensione, nata dall’amore per la nostra vocazione. Sentiamo che i nostri istituti hanno bisogno di spiccare il volo e di superare una stasi che a volte pesa. Il calo numerico e l’invecchiamento delle nostre comunità non sono soltanto il riflesso di un cambiamento d’epoca ecclesiale; sono anche il risultato di dinamiche interne che richiedono una revisione:
- Dal riserbo all’anonimato: La discrezione iniziale, pensata per salvaguardare l’inserimento naturale nelle strutture temporali, è andata scivolando spesso in un silenzio eccessivo che ha reso questo carisma quasi invisibile.
- Il rischio dell’isolamento: La legittima autonomia professionale ci ha sovente dispersi, togliendo forza a una presenza comunitaria e testimoniale nei dibattiti etici e culturali.
- La tentazione del rifugio: Di fronte alle intemperie del mondo, a volte si è affacciata l’inclinazione a cercare sicurezza in modelli clericali o conventuali, snaturando la secolarità originaria.
- La situazione dei sacerdoti: I presbiteri degli istituti secolari sperimentano frequentemente tensioni tra le dinamiche della pastorale ordinaria e la specifica dedizione richiesta dall’accompagnamento della secolarità.
Una proposta di profonda attualità
Nonostante queste difficoltà, la vocazione secolare è oggi più necessaria che mai. In una società frammentata, segnata dall’individualismo, dalla solitudine e dalla competizione lavorativa sfrenata, vivere del proprio lavoro condividendo la sorte quotidiana della gente — senza privilegi né abiti speciali — racchiude una bellezza evangelica di prim’ordine.
È un cammino di libertà e di coerenza capace di parlare con grande forza alle nuove generazioni, che cercano autenticità, profondità spirituale e un impegno reale nella vita civile senza strutture rigide.
Passi fraterni verso il futuro
Per liberare questa forza negli anni a venire, possiamo incoraggiarci a percorrere insieme alcune strade concrete:
- Perdere la paura di mostrarci: Il riserbo ha custodito il germoglio, ma l’albero maturo offre ombra senza nascondersi. Dire con semplicità che apparteniamo a un istituto secolare è un atto di trasparenza credente che aiuta gli altri a scoprire che questa vocazione esiste ed è un cammino pieno.
- Costruire reti e federazioni: Gettare ponti stabili tra i diversi istituti per unire le risorse formative, dialogare con la cultura e creare spazi fecondi di incontro permanente tra laici e sacerdoti consacrati.
- Accompagnare e custodire il ministero presbiterale: Aprire con serenità e prudenza percorsi di discernimento con i pastori della Chiesa per esplorare vie canoniche e pastorali flessibili che riconoscano meglio la disponibilità dei sacerdoti al servizio della secolarità.
Spiccare il volo non significa fare rumore né perdere la semplicità, ma tornare a essere fermento vivo, libero e vicino alla gente nel cuore del nostro tempo.
DOB
